L’assente ha sempre torto

Fin da piccolo mi hanno insegnato che chi è assente ha sempre torto.

Una frase che tante volte ho contestato, talvolta ho ignorato, ma che i fatti della vita mi hanno portato a ritenere, piaccia o meno, inconfutabile.

E’ quello che mi son detto quando mi è stato illustrato il progetto i Repubblicani e che alla fine mi ha fatto propendere per la scelta di esserci.

Avere compagni di viaggio di cui condivido poche idee mi ha portato a meditare a lungo, ma alla domanda quale fosse l’alternativa, anche alla luce di cocenti sconfitte elettorali, la risposta era sempre quella: l’irrelevanza politica.

Non c’è dubbio che se vuoi contare, se vuoi cambiare ci devi essere. Sperare di ottenere il consenso perché il popolo, gli elettori si svegliano e capiscono che le tue idee sono quelle giuste  anche se sei isolato, non conti nulla e sei solo il profeta del cambiamento è, ahimè, una bella e pia speranza, nobile fin che si voglia, ma pragmaticamente inconcludente.

Ovviamnete ciò deve avvenire con regole certe che garantiscano non più nani o ballerine, ma una scelta meritocratica della tua classe dirigente. Ed è proprio su questo punto che si deve dare battaglia.

Rimanere con le braccia conserte ad attendere un risveglio delle coscienze e’ una posizione che non denigro, anzi rispetto anche perché sarebbe falso nascondere il fatto che talvolta è stata anche la mia posizione.

Ci sono pero’ dei momenti storici che esprimere buone idee e stare alla finestra non e’ più sufficiente, sopratutto quando dilaga l’ignoranza e il populismo.

Chi ama la storia e l’ha studiata sa bene che l’Aventino è controproducente, l’autoreferenzialita’ addirittura suicida.

L’importante è andare al confronto con il proprio patrimonio di idee, senza far sconti a nessuno, dare battaglia sulle regole e sopratutto con lo spirito di chi non cerca nulla sul piano personale perché ha già avuto.

In politica, piaccia o meno, contano i numeri e fuggire sempre da questa regola fondamentale non salva l’anima, la distrae.

 

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