Elezioni in Spagna, peggio di così…

Non potevano andare peggio di così le elezioni generali spagnole di domenica 20 dicembre.
Unico dato certo, la fine del bipolarismo Ppe/Psoe con l’irruzione di due nuovi soggetti politici, Podemos e Ciudadanos, la cui avanzata però non risulta determinante per formare un governo.
I risultati hanno confermato più o meno i sondaggi per i due partiti maggiori: il Ppe veniva dato al 26% e ha preso il 28% il Psoe era dato al 20% nei sondaggi dell’ultima settimana e in recupero, infatti hanno preso il 22% dei voti.
Diversa invece l’attendibilita’ dei sondaggi sui due nuovi partiti: Podemos veniva dato in caduta libera sotto il 15% e invece ha conseguito il 20% mentre Ciudadanos era data al 19% e invece si è fermato al 14%.
Paradossalmente pero’ il miglior risultato rispetto alle amministrative del giugno scorso lo ha ottenuto Ciudadanos che aveva preso il 9% e oggi grazie al 14% guadagna quasi sei punti di percentuale, in pochi mesi.
Podemos, che è andata meglio rispetto ai sondaggi di due settimane fa ( ma quelli che avevano pubblicato ad Andorra l’ultima settimana quando in Spagna era vietato pubblicare sondaggi, già rimarcavano una ripresa di intenzioni di voto a loro favore ) ma in realtà rispetto alle amministrative del giugno scorso hanno perso il 7% e questo nonostante avessero conquistato due municipi importanti come Madrid e Barcellona, anzi, forse proprio a causa di ciò visto come stanno lavorando le due sindachesse delle due grandi città.
Non solo. Podemos per poter sfruttare al massimo la legge elettorale spagnola, che premia molto il voto locale, ha fatto molte alleanze con liste locali, ad esempio nell’importante regione dei Pais Valencianos con Compromis, e non tutti gli eletti accetteranno di unirsi al gruppo parlamentare di Podemos, anzi faranno gruppi autonomi creando un’ulteriore frammentazione della rappresentanza.
Un dato sociologico assodato e’ che i giovani hanno votato, sopratutto nelle città, i due nuovi partiti, creando una emorragia di consensi ai due partiti storici.
Un altro segnale forte di scontro generazionale presente in tutta Europa e che si rileva anche in Spagna.
E’ evidente che anche qui viene punita l’incapacità da parte della classe politica di rinnovarsi e lanciare nuovi messaggi, le stesse sigle dei due partiti vengono percepite dal giovane elettore spagnolo, come un prodotto maturo, se vogliamo usare un termine da marketing commerciale.
In campagna elettorale sia il Ppe che il Psoe hanno poi rispolverato vecchi dinosauri che sono serviti solo a confermare un’immagine vecchia e ammuffita del bipartitismo hispanico.
Il Ppe ha poi pagato duramente, nonostante i successi ottenuti in campo economico, sia gli scandali che lo hanno travolto ad ogni livello, ma sopratutto la leadership di Rajoy.
Leader rancoroso ed inutile questo Rajoy, che ha fatto scappare dal partito tutta la componente liberale che Aznar aveva saputo intelligentemente aggregare al grande progetto del Partito Popular.
Rajoy, con il suo eterno immobilismo, ha fatto sparire il partito in aree strategiche come i Paesi Baschi e la Catalunia; non ha saputo dare alcuna idea di un modello spagnolo da portare avanti, ha solo burocraticamente e con cultura da ragioniere tenuto in piedi lo Stato recuperando in economia parzialmente ai disastri di Zapatero, ma senza anima, senza scaldare il cuore degli spagnoli.
La caratteristica unica o quasi di questa tornata elettorale spagnola e’ che nessun partito anti europeista o no euro abbia avuto un risultato elettorale degno di nota.
La stessa forza anti sistema Podemos, mai ha posto sul tavolo proposte politiche che andassero verso il rifiuto dell’Europa e della sua moneta e questo a significare l’importanza che l”Europa ha avuto nella costruzione della Spagna post franchista.
Ultima nota più folcloristica che rilevante.
Anche questa volta la destra estrema o radicale spagnola non è pervenuta, attestandosi al solito 0,01. E questo può apparire incredibile pensando ai quasi quarant’anni di dittatura franchista, ma in verità può apparire come dato anomalo solo per chi non conosce la storia sociale e politica spagnola, un paese che ha avuto si quasi 40 anni di dittatura che i soliti storici da tanto al chilo, definiscono fascista e che in verità fu una dittatura militare che negli ultimi anni fu guidata da una tecnocrazia legata alla Chiesa Cattolica che ancor oggi, attraverso il Ppe e’ presente e ben tutela quella fascia sociale che allora come oggi ha creduto in loro. Del fascismo o meglio del falangismo oggi come durante il regime di Franco, sono rimasti solo i gagliardetti, nulla di più.
Ma che succederà ora?
Per definire questi nuovi scenari qualcuno ha parlato di “nuova transizione ” utilizzando quel termine che stava a significare in passato il passaggio dalla dittatura franchista alla democrazia.
In verità siamo sicuramente di fronte alla fine del vecchio bipartitismo.
L’irruzione di nuovi leader nazionali come Albert Rivera e Pablo Iglesias insieme ai loro partiti, ha aperto un nuovo percorso.
Sono due realtà molto diverse che però hanno in comune la voglia di voltare pagina e mandare a casa i dinosauri che fino ad oggi hanno fatto il bello è cattivo tempo nella politica spagnola.
Su un solo dato credo che concordiamo tutti, non ci annoieremo a vedere l’evoluzione del post voto, e cercheremo di capire fino a quanto la cultura autolesionista del don Quijote aleggi ancora nel profondo dell’anima hispanica, quell’anima nera che ogni tanto risorge e fa tanti danni

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